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Come combattere le fake news? L’iniziativa di Google

Al giorno d’oggi, in una società in cui ogni avvenimento è ricercabile sul web con un semplice click, l’informazione è diventata davvero complessa: se, da un lato, è molto più facile informarsi, apprendere fatti e notizie e approfondire argomenti, d’altro canto non sempre è facile districarsi all’interno dell’enorme quantità di articoli e news pubblicati in rete, distinguendo quelli verificati e attendibili dalle bufale, o fake news. Le fake news, che emergono in particolare riguardo alle notizie molto recenti, sono davvero pericolose perché generano disinformazione e, spesso, incitano alla violenza, all’odio e tentano di manipolare il pensiero della massa. Come combattere le fake news, allora? Esistono diversi modi per difendersi: il più recente è legato alla nuova iniziativa di Google.

L’iniziativa di Google per evitare le fake news

Da qualche settimana (al momento solo negli USA) Google ha lanciato un nuovo metodo per combattere le fake news: un pop-up che avvisa l’utente del fatto che, al momento della ricerca, non ci sono ancora sufficienti risultati relativi a una breaking news, a un episodio appena accaduto o a un topic emergente. In questo caso, il motore di ricerca consiglia al lettore di tornare in un secondo momento a verificare la notizia, una volta comparso un numero maggiore di fonti, poiché i risultati di ricerca sono in rapido cambiamento.

Recentemente, ad esempio, l’avviso è comparso nei risultati di ricerca legati a un presunto avvistamento di UFO in Galles, che non ha avuto risonanza da parte di fonti ufficiali ma solo da fonti non attendibili e inclini alle teorie cospiratorie e del complotto, per avvisare l’utente che la notizia, al momento della ricerca, non era ancora confermata e non doveva dunque ritenersi attendibile. L’alert di Google ha lo scopo di evitare che qualsiasi notizia non verificata diventi trending topic sui social, cercando così di limitarne il più possibile la diffusione, e soprattutto di combattere i data voids e le fake news

Cosa sono i data voids?

Come abbiamo visto, l’iniziativa di Google si inserisce in un più ampio tentativo di gestire al meglio e arginare la problematica dei data voids e della disinformazione sul motore di ricerca. 

Ma cosa sono i data voids? Il termine è stato coniato nel 2018 da danah boyd, fondatrice e presidente del Data & Society Research Institute e ricercatrice per Microsoft, e dal collega Michael Golebiewski: si riferisce a quel fenomeno che avviene quando una query su un motore di ricerca produce pochi risultati o addirittura nessuno, magari da fonti non attendibili, poiché il motore di ricerca stesso non trova sufficienti informazioni. 

Secondo i due studiosi americani, esistono cinque tipi principali di data voids

  • quelli legati alle breaking news, dal momento che le notizie dell’ultima ora sono riferite a fatti in via di accadimento e dunque non sempre ancora certificate da fonti attendibili; 
  • quelli legati ai termini obsoleti, poiché non vengono più create notizie relative a termini ormai vecchi e caduti in disuso, lasciando così sui motori di ricerca un vuoto che viene facilmente riempito dai creatori di fake news;
  • quelli legati alle nuove terminologie in via di diffusione, perché spesso non ci sono ancora fonti ufficiali e di valore che ne spieghino funzionamento e utilità;
  • quelli legati alle ricerche problematiche, che contengono alcuni termini più difficili a cui da sempre sono associati risultati poco attendibili e che continueranno a restare tali, a meno che non si creino nuovi contenuti di qualità;
  • quelli legati alla frammentazione dei concetti, poiché vengono creati dei cluster di informazioni di concetti complessi che, separati e decontestualizzati, rischiano di creare disinformazione.

Come combattere le fake news: la lotta ai data voids

I data voids lasciano libero spazio a risultati di scarsa qualità e possono facilmente generare fake news, soprattutto perché sono molto difficili da individuare. Possono sembrare innocui finché nessuno ricerca quel determinato argomento, ma si trasformano velocemente in mezzi di disinformazione non appena si verifica un avvenimento per cui quelle parole vengono improvvisamente ricercate da un alto numero di persone. I data voids, quindi, contribuiscono massicciamente al dilagare della disinformazione, soprattutto tramite il rimbalzo sui social network che, in pochissimo tempo, riescono a diffondere qualsiasi tipo di informazione, purtroppo anche se questa non è verificata.

Spesso, i vuoti di dati vengono sfruttati da complottisti e manipolatori al fine di fare disinformazione, diffondere falsità e incitare all’odio: per questo sono stati definiti da Boyd e Golebiewski “una vulnerabilità per la sicurezza che deve essere gestita in modo sistematico, intenzionale e ponderato”. Proprio per questo, l’iniziativa di Google potrebbe servire a individuarli e riconoscerli più facilmente, fornendo nuovi strumenti all’utente finale per aiutarlo a evitare le fake news.

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